Comunicati stampa

I comunicati stampa e le prese di posizione di RiVolti ai Balcani

19 settembre 2022

Rotte di migrazioni forzate, di diritti e di cittadinanza

Tra il 20 settembre e il 7 dicembre, presso l’Antico Caffè San Marco (via Battisti 18, Trieste), si terrà la rassegna di incontri organizzata dal Consorzio italiano di Solidarietà, RiVolti ai Balcani, Centro Balducci e Articolo 21. Di seguito tutti gli eventi:

Martedì 20 settembre – ore 18.00 Presentazione del libro “Vite sospese. Profughi, rifugiati e richiedenti asilo dal Novecento a oggi”, a cura di E. Miletto e S. Tallia. Dialoga con Stefano Tallia, Gianfranco Schiavone (co-autore del libro e presidente ICS Trieste)

Venerdì 21 ottobre – ore 18.00 Presentazione del libro “Respinti. Le “sporche frontiere” d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo”, di D. Facchini e L. Rondi. Inaugurazione della mostra fotografica (all’Antico Caè San Marco fino al 6 novembre) Finding home. Immagini dalla “Rotta Balcanica” di C. Fabbro. Dialoga con Duccio Facchini e Chiara Fabbro, Fabiana Martini (giornalista)

Giovedì 27 ottobre – ore 18.00. Presentazione del libro “Lo sfruttamento nel piatto. Quello che tutti dovremmo sapere per un consumo consapevole”, di A. Mangano. Dialoga con l’autore, Gianluca Nigro (operatore ICS Trieste)

Giovedì 10 novembre – ore 18.00 Presentazione dei libri “L’unica persona nera nella stanza”, di N. Uyangoda e “Seconde generazioni”, identità e partecipazione politica di M. Macaluso, M. Siino, G. Tumminelli. Dialoga con Nadeesha Uyangoda e Giuseppina Tumminelli, Eva Ciuk (giornalista)

Giovedì 24 novembre – ore 18.00 Presentazione del libro “Insubordinati – Inchiesta sui rider”, di R. Rijtano. Dialoga con l’autrice, Maurilio Pirone (ricercatore Università di Bologna)

Mercoledì 7 dicembre – ore 18.00 Presentazione del libro “L’avvocato argentino”, di R. Settembre Dialoga con l’autore, Pietro Spirito (giornalista) Brani del libro e di J. Gelman, H. Verbitsky, R. Walsh, M. Carlotto, recitati da Maurizio Zacchigna.

Qui la locandina: Rotte-Locandina-Generale

24 settembre 2022

Rotte balcaniche: la situazione in movimento. Incontro pubblico a Bologna
 

Che cosa sta succedendo alle persone in transito, dalla Grecia alla Serbia, fino all’Italia. Incontro informativo e testimonianze dai territori. L’appuntamento è per sabato 24 settembre alle 17 a Bologna alla sede di Iscos Emilia-Romagna (Via Milazzo, 16) e da remoto sui canali di RiVolti ai Balcani.

Qui il link dell’evento Facebook: https://fb.me/e/3zbcSxGuk

Qui il link per la diretta su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=NMY_6xFqhRM

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27 aprile 2022

Il dossier di RiVolti ai Balcani nelle mani di papa Francesco!

Mercoledì 20 aprile una delegazione di RiVolti ha partecipato all’udienza generale del pontefice a Roma. Il lavoro di denuncia e informazione della rete è arrivato così tra le mani di papa Francesco che ha ricevuto una copia di “La rotta balcanica. I migranti senza diritti nel cuore dell’Europa”, il primo dossier pubblicato, mostrando interesse e attenzione per il lavoro svolto.

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7 aprile 2022

“I campi di confinamento nel XXI secolo e le responsabilità dell’Unione europea”. Convegno internazionale di RiVolti ai Balcani

Sabato 7 e domenica 8 maggio 2022 si svolgerà al Centro Ernesto Balducci di Zugliano (Udine) il convegno internazionale promosso da RiVolti ai Balcani, Rete DASI FVG e dal Centro Ernesto Balducci, in collaborazione con Articolo 21. Qui il programma completo in italiano e in inglese

Si diffondono sempre più nei Paesi esterni all’Unione europea, e prevalentemente in quelli ad essa confinanti, ma anche nella stessa Ue, luoghi e strutture destinati alla “accoglienza” temporanea dei migranti forzati che a ben guardare hanno la finalità reale di contenere i migranti forzati in uno spazio degradato che ne assicuri solo la minima sopravvivenza fisica, comprimendo l’esercizio dei diritti fondamentali delle persone accolte/confinate e negando loro uno status giuridico chiaro.

L’allestimento dei campi viene presentato come una necessità dettata dall’esistenza di un contesto emergenziale che quasi mai è realmente tale da giustificare simili scelte. I campi diventano così strumenti di contenimento in cui spesso viene limitata ogni forma di contatto possibile delle persone accolte con l’esterno, ricorrendo a forme di detenzione di fatto. Il rispetto dei diritti fondamentali è così fortemente messo in discussione.

Dalla Turchia alla Bosnia ed Erzegovina, passando per la Grecia, la Serbia e la Macedonia del Nord. Tanti esempi di “campi di confinamento” legati da un obiettivo preciso: esternalizzare il diritto d’asilo e “rendere invisibili” le persone che cercano protezione in Europa.

Il convegno promosso da RiVolti ai Balcani, Rete DASI FVG e dal Centro Ernesto Balducci, in collaborazione con Articolo 21, vuole proporre quindi una nuova chiave di lettura delle pericolose politiche messe in atto dall’Unione europea verso le migrazioni, specie quelle forzate. In tale ottica i lavori del convegno si concluderanno con l’adozione di un documento finale di raccomandazioni che, tradotto in diverse lingue, verrà diffuso a livello europeo.

Il convegno (lingue: italiano e inglese) si svolgerà sabato 7 e domenica 8 maggio 2022 in presenza al Centro Ernesto Balducci di Zugliano (Udine) e in diretta online sulla pagina Facebook di RiVolti ai Balcani.

Qui il link per l’iscrizione (in presenza o da remoto): https://forms.gle/enKHTrTXQqwerPGQ8

Qui il link all’evento Facebook: https://fb.me/e/1EzvZcI7r


9 marzo 2022

“Ucraina: pace, protezione, accoglienza. Quale rifugio per le persone in fuga?”. L’evento online di RiVolti ai Balcani

Lunedì 14 marzo ore 18.30 in diretta sui profili social di RiVolti ai Balcani e Altreconomia si terrà l’evento “Ucraina: pace, protezione, accoglienza. Quale rifugio per le persone in fuga?”. Dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dei militari russi, milioni di persone stanno fuggendo dal Paese per cercare protezione in Europa. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) stima in 2 milioni i rifugiati che hanno già varcato il confine ucraino in fuga dal conflitto. Un numero destinato a crescere. RiVolti ai Balcani organizza un evento di approfondimento per analizzare gli strumenti adottati per garantire protezione e accoglienza ai rifugiati e promuovere un messaggio di pace. Di fronte al flusso più alto di rifugiati verso i Paesi europei dalla fine della Seconda guerra mondiale, le istituzioni europee hanno adottato strumenti “straordinari”. Il 3 marzo il Consiglio europeo ha attuato la Direttiva 55 del 2001 per garantire tutela immediata e temporanea alle persone in fuga dalla guerra. Una decisione positiva ma “drammaticamente tardiva” che avrebbe potuto riguardare anche i popoli siriani e afghani e che arriva dopo anni di chiusure e respingimenti. Torna così di attualità anche il tema dell’accoglienza. Gli enti del privato sociale si trovano ad affrontare l’arrivo di migliaia di persone in un contesto di precarietà e difficoltà legate al taglio della spesa pubblica sull’accoglienza e alle modalità che in questi anni le istituzioni italiane hanno adottato in termini di sistemazione e progetti di integrazione dei richiedenti asilo e rifugiati. L’emergenza legata al flusso di cittadini ucraini verso il nostro Paese può essere l’occasione per ripensare il modello di accoglienza italiano.

Ne discutono:
– Francesco Vignarca, Rete italiana pace e disarmo
– Mariacristina Molfetta, Fondazione Migrantes
– Gianfranco Schiavone, Ics, Consorzio italiano di solidarietà e Asgi
– Michele Rossi, CIAC Onlus

Modera: Luca Rondi, giornalista di Altreconomia

Qui il link all’evento: https://fb.me/e/1tBPGm0U7

Sarà possibile assistere alla diretta anche sul canale Youtube di Altreconomia: https://www.youtube.com/watch?v=gDxMWGs88bE


26 febbraio 2022

Un appello per la pace e l’accoglienza di chi è in fuga dal conflitto.

L’Unione europea deve predisporre al più presto un piano di accoglienza dei rifugiati dall’Ucraina anche attraverso l’attivazione della Direttiva 2001/55/CE sulla protezione temporanea che consente un accesso immediato alle misure di protezione e rende possibile l’attuazione di un piano di  redistribuzione delle persone in fuga dal conflitto tra tutti i Paesi dell’Ue.

È l’appello della rete RiVolti ai Balcani alla luce dell’inaccettabile aggressione militare della Russia a danno dell’Ucraina. Un atto che richiede una riflessione sulle diverse responsabilità per l’attuale situazione e che, partendo dalla denuncia di scelte politiche irresponsabili, solleciti una risposta chiara da chi resta ancora silente, come Europa e Nazioni Unite. Gli interessi economici, finanziari ed energetici non devono condizionare una risposta unitaria. Questa guerra non serve ad altro se non a destabilizzare l’intera regione, a rafforzare Putin e i nazionalismi e a scatenare una spirale di violenza. Serve a tutti tranne che alle popolazioni.

Facciamo dunque nostro l’appello della Rete italiana pace e disarmo, condannando la guerra scatenata dalla Russia, chiedendo l’immediato stop delle ostilità e sottolineando l’urgenza di iniziative di demilitarizzazione e disarmo, soprattutto nucleare. Per decenni l’Occidente si è fatto promotore dell’”esportazione della democrazia” con interventi militari e politiche di riarmo dove anche l’Italia ha prodotto ed esportato armi. Non è un caso che l’appello di cinquanta premi Nobel e scienziati, tra cui Carlo Rubbia e Giorgio Parisi, che chiedeva agli Stati membri delle Nazioni Unite una riduzione concordata della spesa militare del 2% all’anno per cinque anni abbia incontrato l’ennesimo silenzio dei leader politici italiani. Ancora una volta a rimetterci sono e saranno le persone inermi, i civili, mentre l’Ucraina è utilizzata come una pedina dalle parti in gioco.


8 ottobre 2021

Rotta balcanica: smascherati i respingimenti croati. 

La rete RiVolti ai Balcani esprime sgomento e indignazione per la video-inchiesta pubblicata il 6 ottobre dal team di giornalisti europei (ARD, Lighthouse Report, Novosti, RTL Croatia, Spiegel, SRF) che documenta, ancora una volta, la violenza perpetrata dalla polizia di frontiera croata ai danni delle persone in transito lungo la rotta balcanica, al confine con la Bosnia ed Erzegovina. 

Una violenza istituzionale nota e denunciata da anni dai membri della rete che operano sul campo rispetto a cui le autorità europee non solo sono rimaste immobili ma hanno garantito supporto. Poche sono state le azioni di indagine rispetto alle violenze che quotidianamente interessano migranti e richiedenti asilo lungo i confini della rotta balcanica, miseri i provvedimenti presi a riguardo. 

Occorre un’azione forte per ricostruire integralmente la catena di comando e stabilire le responsabilità politiche dell’accaduto. I video (in apertura un frame), infatti, dimostrano che gli agenti di frontiera coinvolti nelle violenze appartengono ad una unità speciale della polizia croata: non “casi isolati”, non “mele marce” bensì una precisa strategia per respingere e brutalizzare chi cerca protezione in Unione europea. 

RiVolti ai Balcani vuole tenere alta l’attenzione su ciò che succede lungo la rotta. Anche l’Italia è coinvolta. I respingimenti a catena che partono dalla Slovenia riguardano anche i “riammessi” lungo il confine italo-sloveno. Le riammissioni sono sospese dal gennaio 2021 ma alcuni esponenti del Governo ne chiedono a gran voce la ripresa. Riaffermiamo con forza, ancor di più dopo la pubblicazione dei video, l’illegittimità dell’attività e i rischi che comportano per le persone che dal territorio sloveno vengono a catena riportate in Bosnia ed Erzegovina. 

Per tenere viva l’attenzione sull’attuale situazione della rotta balcanica, RiVolti ai Balcani ha organizzato per mercoledì 13 ottobre alle 20.45 -in diretta sulla propria pagina Facebook- l’evento di approfondimento “Rotta balcanica, Afghanistan”. Dalla Grecia alla Bosnia ed Erzegovina, a due mesi dalla presa di Kabul, sarà l’occasione per fare il punto sulla situazione lungo la rotta balcanica.

“L’inchiesta di ARD, Lighthouse Report, Novosti, RTL Croatia, Spiegel, SRF fornisce le prove di ciò che era noto, ma negato, da almeno due anni, ovvero che i respingimenti violenti attuati nel territorio croato non sono fatti episodici attuati da corpi di polizia fuori controllo ma sono frutto di operazioni pianificate che hanno trasformato una polizia europea in un corpo oscuro che conduce operazioni illegali, violente e moralmente ripugnanti -commenta Gianfranco Schiavone, presidente di Ics e membro dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione oltreché di RiVolti ai Balcani-. Appare quindi evidente che quelle operazioni che offendono la dignità di ogni cittadino europeo erano note alle autorità politiche che le ha ordinate così infangando la giovane e fragile democrazia croata. Le indagini, sollecitate dalla commissaria Johansson (che tuttavia avrebbe dovuto conoscere la situazione sulla base dei numerosissimi rapporti che pure da tempo erano pervenute alla Commissione) dovranno pertanto essere approfondite ed indipendenti e vi sono ragioni per dubitare che ciò possa realmente avvenire in questo momento in Croazia. Soprattutto ciò che deve avvenire con immediatezza è la cessazione delle violenze in tutta la Croazia a carico dei migranti cui va consentito, alla frontiera croato-bosniaca, il diritto di presentare la domanda di asilo, diritto sancito dalle normative della Ue finora sistematicamente violate. L’Unione europea deve al più presto attivare dei programmi di reinsediamento dalla Bosnia, con particolare attenzione ai cittadini afghani e alle persone in condizioni di particolare vulnerabilità”.

“I giornalisti che hanno condotto questa inchiesta hanno svolto un lavoro encomiabile nell’interesse di tutti i cittadini dell’Unione europea nonché di tutti coloro che cercano protezione e sicurezza dell’Unione europea -aggiunge Maddalena Avon, attivista al centro studi per la pace di Zagabria, membro del programma asilo e integrazione-. I video che sono stati pubblicati sono scioccanti così come le migliaia di testimonianze che sono state raccolte sulle le violenze e i respingimenti illegali che sono stati perpetrate dalla Croazia e altri membri dell’Unione europea negli ultimi cinque anni.  Finalmente si dimostra in maniera inequivocabile il trattamento inumano e degradante che le polizie di frontiera riservano ai rifugiati e alle persone migranti che bussano alle porte d’Europa per esercitare il loro diritto di chiedere asilo. Un diritto garantito dalle leggi nazionali, europee e internazionali. 

La Croazia è il primo Stato membro dell’Unione europea a istituire un sistema di monitoraggio indipendente sul trattamento dei rifugiati e delle persone migranti da parte della polizia. Recentemente il Governo di Zagabria ha firmato un accordo con la Commissione europea per istituirlo. Dall’accordo è chiaro che questo meccanismo non sarà né trasparente né indipendente e quindi estremamente inefficace. Sarà il ministero degli Interni croato stesso a controllare le eventuali violazioni perpetrate dal corpo di polizia. Inoltre, lo stesso ministero ha selezionato in modo indipendente gli attori chiamati a supervisionare le attività meccanismo di monitoraggio: non c’è stato nessun bando pubblico preventivo e nessun criterio chiaramente definito. Infine, l’intenzione del ministro dell’Interno di rendere del tutto inefficace questo controllo sul trattamento di rifugiati e migranti è dimostrata dal fatto che le visite di monitoraggio che saranno effettuate al di fuori delle stazioni di polizia e ai valichi di frontiera ufficiali dovranno essere annunciate in anticipo dal corpo di monitoraggio. Parliamo del cosiddetto green border dove avviene il 90% per cento di violazione dei diritti umani come dimostra l’inchiesta giornalistica. L’unico scopo della Commissione europea è che questo meccanismo esista esclusivamente sulla carta. Il compito del meccanismo di monitoraggio indipendente dovrebbe essere quello di ottenere le prove dei respingimenti ed è un gran peccato, sia per la Croazia che per l’Unione europea, che in cinque anni non abbiano mai mostrato la volontà di fermare davvero e sanzionare questi crimini. Neanche con l’istituzione di questo meccanismo.

Queste gravi violazioni dei diritti umani torture e crimini contro i rifugiati e le persone migranti sono una grande vergogna per l’Unione europea che si proclama fondata sui valori della tutela dei diritti umani. Le violenze a cui assistiamo da anni sono una conseguenza diretta della inadeguatezza delle politiche dell’Unione europea nei confronti di rifugiati e persone migranti nonché della mancanza di una volontà politica di prevenire questi crimini: il silenzio l’Unione europea in questi anni è diventato intollerabile. Anche oggi. La Commissione europea si è dichiarata “preoccupata”. Non basta. È il momento di agire e pretendere l’assunzione delle responsabilità sia delle autorità europee, sia degli Stati membri. Va sottolineato che i fondi dell’Unione europea finanziano direttamente le azioni della polizia croata alla frontiera esterna europea. Tutte le informazioni e le prove disponibili che abbiamo mostrano che queste azioni difficilmente possono essere considerate dei casi isolati ed è quindi necessario che le indagini su questo caso che includono un esame del coinvolgimento della responsabilità anche da parte delle strutture superiori che hanno impartito ordini precisi e poi sistematicamente insabbiato tutto”.


8 settembre 2021

Rotta balcanica: i progetti dal basso di “RiVolti ai Balcani” per sostenere i diritti delle persone in transito in Bosnia ed Erzegovina. Prendono forma le 11 proposte sostenute in primavera con le donazioni raccolte dopo l’incendio del campo di Lipa di fine 2020

Fare rete per sostenere i diritti delle persone in transito, richiedenti asilo e rifugiati, in Bosnia ed Erzegovina, lungo la rotta balcanica. Con questo obiettivo la rete RiVolti ai Balcani ha deciso, nella primavera 2021, di destinare 55mila euro -una parte delle donazioni arrivate alla rete a seguito dell’incendio del campo di Lipa del dicembre 2020- per finanziare le attività di alcune realtà associative che operano sul territorio bosniaco. Delle ventidue realtà, tra associazioni e gruppi informali di cittadini, che hanno partecipato al bando presentando il proprio progetto sono state selezionate le 11 proposte che meglio rispondevano ai criteri individuati dalla rete.

Dagli occhiali da vista forniti alle persone in transito, alle occasioni di sensibilizzazione e conoscenza reciproca della popolazione locale tramite proiezioni di docufilm ed eventi culinari passando per il supporto dell’integrazione dei richiedenti asilo presenti sul territorio: con l’inizio del mese di luglio 2021 i progetti hanno preso il via. 

Quello promosso da RiVolti ai Balcani è stato un esperimento controcorrente rispetto ai modelli di finanziamento che da diversi anni vengono proposti in Bosnia ed Erzegovina con riferimento alla (non) gestione del fenomeno migratorio.

“Da tempo assistiamo a progetti pensati dall’alto e catapultati sul locale senza alcuna partecipazione di chi deve metterli in atto. -spiega Agostino Zanotti, dell’associazione per l’Ambasciata della democrazia locale (ADL) a Zavidovici, onlus che fa parte della rete-. Noi volevamo ‘dare gambe’ a idee che nascono per affrontare i bisogni concreti e di prossimità con cui le realtà associative che operano nella zona si confrontano quotidianamente. Anche per questo motivo abbiamo deciso di valorizzare le organizzazioni autoctone e non eterodirette perché ci sembrava interessante far crescere l’attivismo locale: quasi tutti i progetti hanno questa caratteristica. Pensiamo, con orgoglio, di aver messo in campo un processo partecipativo unico nel suo genere”.

Da Bihać e Velika Kladuša, nella parte nord-occidentale della Bosnia, alle più centrali Tuzla e Zenica fino alla capitale Sarajevo. I progetti intervengono su diversi territori della repubblica bosniaca.

“L’elemento geografico è stato importante perché abbiamo voluto spalmare gli interventi valorizzando le proposte che meglio rispondevano alle esigenze più specifiche di quel territorio -spiega Silvia Maraone di Ipsia Acli-. Non solo, nella valutazione dei progetti abbiamo cercato di bilanciare le attività promosse da gruppi informali, formati da singoli cittadini che in questi anni hanno portato avanti interventi di assistenza, da associazioni locali più strutturate. Siamo contenti di aver potuto finanziare anche progetti che vanno oltre la mera assistenza e quindi ampliano lo sguardo rispetto ai soliti interventi”.

RiVolti ai Balcani, costituita da oltre 36 realtà e singoli cittadini con l’intenzione di rompere il silenzio su quanto accade lungo la rotta balcanica e tutelare i diritti di chi la percorre e cerca di raggiungere l’Europa, nasce con la volontà di generare una mobilitazione che sia trasversale e il bando aiuta a “fare rete”.

“La relazione che si è creata con le Associazioni è fondamentale per non farle sentire soli nelle loro attività. -conclude Zanotti-. Volevamo mandare un messaggio chiaro: in Italia c’è qualcuno che appoggia la vostra causa”. 

Alcuni progetti sono particolarmente innovativi perché forniscono beni di cui solitamente le persone in transito sono sprovviste e gli interventi “usuali” di assistenza non garantiscono. È il caso del Collective aid di Sarajevo che fornisce visite oculistiche, occhiali e lenti contatto alle persone in transito. Una necessità che nasce dalla violenza dei respingimenti in frontiera. “Ripetutamente, un numero scoraggiante di persone riferisce che i loro occhiali sono stati sequestrati con la forza o rotti dalla polizia di frontiera. -spiegano gli attivisti- Gli occhiali da vista sono un articolo essenziale per chiunque li indossi, ma sono spesso trascurati nel contesto umanitario perché non sempre sono prioritari tra gli altri servizi. Il nostro progetto vuole colmare questa lacuna”. Nel primo mese e mezzo di attività 27 persone hanno potuto sottoporsi agli esami della vista, presso un ottico locale, avere nuovi occhiali e lenti a contatto. 

Poco più di un centinaio di chilometri sopra la capitale, a Tuzla, la rete ha finanziato tre progetti. Il centro giornaliero di Tuzla è invece gestito dall’associazione IFS Emmaus. È stato aperto a causa dell’urgente necessità di fornire servizi di assistenza giornaliera per le persone in movimento come docce, cibo, bevande calde, ricarica del cellulare, con lo scopo di restituire per un attimo dignità a persone stanche ed esauste. Da tempo però, il centro è diventato anche luogo di incontro e scambio grazie alle attività sportive proposte, ai laboratori di cucina e altri momenti di aggregazione. “Qui le persone possono socializzare e parlare apertamente dei loro problemi e delle loro difficoltà, dei desideri e delle speranze che spesso mancano nel loro viaggio”.

Da luglio ad agosto 2021, circa 300 persone sono transitate nel centro. Sempre a Tuzla, la rete ha finanziato l’attività di un gruppo di cittadini informali che da diversi anni aiuta le persone in transito fornisce beni di prima necessità, biglietti per raggiungere i campi a Sarajevo e proponendo piccoli momenti di svago per le persone in movimento. Infine, la commissione valutatrice ha deciso di valorizzare il progetto proposto Centar for community services Puz per l’integrazione dei richiedenti asilo attraverso la creazione di un piano individuale per la loro integrazione e prevenire l’abbandono del processo di asilo.

Come abbiamo denunciato nel dossier “Bosnia ed Erzegovina, la mancata accoglienza”, pubblicato dalla rete nel luglio 2021, il sistema di accoglienza per chi sceglie di fermarsi sul territorio bosniaco è quasi inesistente. In questi mesi di attività, il progetto ha fornito sostegno a sette richiedenti asilo favorendo l’accesso all’alloggio e ai piani individuali per l’integrazione. Quattro persone hanno finito con successo il corso di lingua bosniaca, e sono in attesa della certificazione, e altre quattro hanno avuto accesso al mercato del lavoro ottenendo un impiego temporaneo. 

L’associazione Udruzenje Rahma propone un’attività di sensibilizzazione della popolazione di Velika Kladuša, cittadina del cantone Una Sana che, insieme a Bihać divenuta crocevia delle persone, migranti e richiedenti asilo, che tentano di raggiungere l’Europa in cui la criminalizzazione della solidarietà e l’ostilità nei confronti delle persone in transito è alta. Il progetto prevede sei workshop in cui cittadini locali e rifugiati cucinano insieme: donne bosniache hanno cucinato pasti tradizionali e dolci con le donne rifugiate che le hanno aiutate sia nei villaggi al confine della cittadina, sia negli squat informali. Da luglio 2021 si sono svolti quattro appuntamenti con cibo preparato per almeno 100/130 persone. Con lo stesso obiettivo l’associazione U Pokretu ha proposto un progetto che mira a sensibilizzare la comunità locale, soprattutto la popolazione più giovane, sul contesto migratorio in cui vivono. Nella prima parte del progetto, che si è svolta nei mesi estivi, l’associazione ha organizzato la proiezione di docufilm su tematiche specifiche (consapevolezza ambientale, diritti umani e migrazione) e promosso un festival multiculturale del cibo di strada dando l’opportunità alla comunità locale di scoprire i sapori dei Paesi di origine delle persone in movimento. Alle prime cinque proiezioni, tra luglio e agosto 2021, hanno partecipato 250 persone tra giovani locali, volontari internazionali e persone in movimento. Nella seconda parte del progetto, che si svolgerà da settembre fino alla fine di novembre 2021 verranno organizzati tre cicli di laboratori in due diverse scuole superiori in cui verranno approfondite le tematiche della discriminazione, i flussi migratori, i discorsi d’odio nella comunicazione dei mass media, così come le questioni di genere e di protezione dell’ambiente. 

Infine, anche il Border Violence Monitoring Network ha ricevuto un finanziamento per la realizzazione di un docufilm sulla rotta balcanica che sarà concluso nel mese di dicembre 2021.


15 luglio 2021

“Bosnia ed Erzegovina, la mancata accoglienza”. È uscito il nuovo report di RiVolti ai Balcani.  Dall’emergenza artificiale ai campi di confinamento finanziati dall’Unione europea. Aggiornamenti dalla rotta balcanica a sette mesi dall’incendio di Lipa.

È uscito “Bosnia-Erzegovina: la mancata accoglienza”, il nuovo dossier di denuncia e informazione curato della rete RiVolti ai Balcani. Il documento approfondisce la situazione del cantone Una Sana, al confine con la Croazia, paradigmatico della “non-gestione” strategica della questione migratoria da parte delle autorità bosniache. Fin dal maggio 2018, in particolare due cittadine del cantone, Bihać e Velika Kladuša, sono diventate il crocevia di persone, migranti e richiedenti asilo bloccati alle porte dell’Unione europea, a vivere in condizioni estreme. 

Nonostante i finanziamenti europei, che ammontano a 88 milioni di euro dal 2018 al gennaio 2021, con l’aumento di 3,5 milioni di euro dopo l’incendio del campo di Lipa del 23 dicembre 2020, il numero dei posti di accoglienza in centri collettivi in tutta la Bosnia è sempre rimasto di alcune migliaia, non superando mai i circa 8mila posti e andando addirittura a diminuire nel corso del tempo. Ad inizio 2021 i posti disponibili, in strutture degradate e isolate dal contesto sociale, erano appena 4.760 contro gli 8.282 dell’anno precedente. Un numero ridotto se si pensa che nel mese di maggio 2021, secondo l’ultimo report dell’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), sono stati registrati dalle autorità bosniache 1.937 nuovi migranti e richiedenti asilo, portando il numero totale di arrivi a 5.920 nel 2021 per un totale di 75.333 da gennaio 2018. Questi numeri dimostrano la strategia del Cantone, portata avanti con finanziamenti europei, che vuole coniugare la concentrazione delle persone in campi fatiscenti e degradati, limitando però i posti di accoglienza e favorendo una politica dell’abbandono di chi sceglie o è costretto, per mancanza di alternative, a vivere in condizioni di informalità. 

L’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) e il Servizio Affari Esteri segnalano che nell’inverno 2020/21, a seguito della diminuzione del numero dei posti nei campi e con l’arrivo di nuove persone, il numero di migranti nei boschi, in aree pericolose e edifici abbandonati nel cantone Una Sana è cresciuto notevolmente superando anche le tre mila persone. Un numero elevatissimo accompagnato da un “piano della deterrenza” attuato dal governo cantonale bosniaco che si realizza attraverso la criminalizzazione di tutti coloro che vivono in contesti informali e portata avanti attraverso sgomberi, detenzioni arbitrarie, violazioni delle libertà personali, e incitamento ai discorsi d’odio. Il fine di questa strategia è la creazione di un ambiente ostile, precario e pericoloso che, da un lato, renda ancor più dura e difficile la sopravvivenza di chi ha raggiunto il territorio del cantone, scoraggiandolo nel rimanere, e dall’altro disincentivi i nuovi arrivi. 

Nella tarda primavera 2021 nel campo di Lipa sono iniziati i lavori, a fronte di costi ingenti, per la costruzione di opere idriche ed elettriche per rendere il campo stesso adatto a contenere, nel periodo invernale, circa 1.500 persone tra uomini, famiglie e minori non accompagnati. L’Unione europea ripropone così lo schema già visto in Grecia e in altri Paesi prossimi alle sue frontiere esterne: confinare le persone in campi dagli standard estremamente bassi, lontani dai centri abitati, fortemente controllati nei quali le persone che vi abitano trascorrono un eterno tempo sospeso. Intanto, i cinque Paesi dei Balcani continuano ad avere un sistema d’asilo pressoché nullo ed estremamente restrittivo: nel 2020, a fronte di appena 264 domande esaminate, il tasso di diniego è stato pari al 68% a cui va ad aggiungersi l’assenza di programmi pubblici per l’inclusione sociale rivolti ai rifugiati. Il messaggio è chiaro: nessuno si deve fermare.

Il dossier è stato presentato mercoledì 14 luglio in diretta online sulla pagina Facebook di RiVolti ai Balcani. Sono intervenuti Anna Brambilla, Anna Clementi, Diego Saccora, Gianfranco Schiavone. 

“La narrazione dei media nazionali e internazionali dipingono con un’aria bonaria la gestione del fenomeno migratorio da parte della Bosnia ed Erzegovina, sottolineando la difficoltà in cui versa il Paese. Questo è vero, sicuramente, però questo rapporto evidenzia la continuità nell’approccio nella “non-gestione del fenomeno, dal 2018 ad oggi, con l’appoggio dall’Unione europea. Un approccio che spaventa perché mira a bloccare le persone, senza fornire loro un’alternativa e, al contrario, rendendo impossibile la permanenza nel Paese. Quella dei migranti in Bosnia è un’emergenza creata artificialmente che ormai perdura da anni. Una strategia scellerata che vede responsabilità della Bosnia ma soprattutto delle istituzioni europee che finanziano la realizzazione di questi campi in cui vengono sistematicamente violati i diritti di migranti e richiedenti asilo di chi vi è confinato. Con un contemporaneo abbandono di coloro che vivono in luoghi informali, per scelta, o perché i posti non sono sufficienti. È una faccia della stessa medaglia. È una strategia. Le raccomandazioni contenute nel dossier sono molto e precise ma facilmente sintetizzabili in una richiesta: serve cambiare rotta cessando di finanziare politiche di questo genere. Non è possibile che con soldi dei cittadini europei vengano finanziati campi di questo tipo. In futuro ci chiederemo come è stato possibile realizzare tutto questo. Confinare duecento minori, su un altopiano, lontano dai centri abitati, senza prospettiva. Come è possibile accettare tutto questo?”

Gianfranco Schiavone, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

“A quasi sette mesi dall’incendio del campo di Lipa che ha acceso i riflettori dei media nazionali e internazionali sulla Bosnia per una situazione che esisteva da ormai 3 anni. Oggi di quel campo non si parla più. Anzi, per l’Ue è diventato un modello da finanziare e replicare nonostante sia uno strumento di segregazione e confinamento delle persone. Sono in corsi i lavori di ampliamento e ristrutturazione per poter accogliere mille persone entro l’inverno, di cui 200 minori non accompagnati. Il campo è un dispositivo che non ha solo lo scopo di immobilizzare le persone ma anche di controllare il loro movimento e diventare un dispositivo di deterrenza nell’intraprendere il viaggio. Questo ha un impatto psicologico devastante: le persone vivono un tempo sospeso, un’attesa infinita. Il campo non ha un impatto solamente “fisico” ma anche psicologico: si pensi che, oltre ad essere campi di grandi dimensioni con standard di vita estremamente bassi sono lontani da centri abitati e recitanti. I contatti ammessi sono solo con ONG autorizzate che hanno forti limitazioni di azione ed espressione. Inoltre, accanto alla creazione di Lipa ci sia una progressiva chiusura degli altri centri collettivi per migranti sul territorio del Cantone Sana. Vengono chiusi, senza però che vengano predisposti nuovi posti in campi. Il fatto che ci siano aree informali è quindi una politica voluta. Tutti i fondi e gli aiuti vengono concentrati nei campi e chi si trova in condizione di informalità vengono criminalizzate. Tutti ci chiediamo cosa succederà, in inverno, quando le temperature scenderanno e le condizioni non sono migliorate”.

Anna Clementi, operatrice sociale, ass. Lungo la rotta balcanica

“Le persone che percorrono la rotta non intendo fermarsi in Bosnia ma una riflessione su questo aspetto va fatta. Anche laddove queste desiderassero fermarsi, il sistema bosniaco non è in grado di prendersene cura. I dati evidenziano come l’esame delle domande d’asilo richiedono tempi lunghi e con una certa rigidità nelle decisioni nonostante i richiedenti provengano da Paesi, quali l’Afghanistan o Pakistan, in cui non possono rientrare. L’Unione europea ha finanziato, dal 2018 al gennaio 2021, quasi 88 milioni di euro non solo per rafforzare il sistema asilo bosniaco ma soprattutto per rafforzare le capacità di controllo dei confini da parte della polizia di frontiera. In questo compito, le grandi agenzie internazionali, come l’Oim, rivestono ruoli importanti nel gestire fondi che arrivano sia dalle istituzioni europei, sia dai governi nazionali, per rafforzare la capacità di controllo dei flussi migratori. Ne è un esempio il ministero dell’interno danese che ha stanziato 3 milioni di euro per rafforzare le capacità di gestione non solo delle autorità bosniache ma anche Albania, Montenegro e Macedonia. Ancora, l’Oim ha ricevuto più di 900mila euro dalla Banca centrale europea sempre per il controllo delle frontiere in Bosnia. Infine, altre organizzazioni che intervengono all’interno dei campi, anche quello di Lipa, per fornire servizi ai migranti. In questo scenario abbiamo l’Ue che fornisce un aiuto economico alle autorità economico, sia organizzazioni internazionale e ONG non governative che intervengono all’interno dei campi”.

Anna Brambilla, avvocata, socia dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

“Il cantone Una Sana è paradigmatico di quello che succede in tanti altri luoghi sulla rotta. È uno dei tanti esempi. All’inizio la popolazione locale ha mostrato vicinanza alle persone che arrivavano poi, con il passare del tempo, il supporto a queste persone è stato messo sotto una lente negativa da parte della classe politica. Criminalizzazione della solidarietà e utilizzo di un certo tipo di narrazione porta ad un incattivamento del discorso pubblico e della narrativa del fenomeno rispetto a cui, la Bosnia, risulta un Paese molto giovane rispetto a tanti altri. Pensiamo all’Italia e alla Grecia, interessati dal fenomeno da più anni. È importante capire che la responsabilità dell’Ue non sta solo nei fondi volti all’esternalizzazione della gestione delle migrazioni ma anche nei respingimenti che a catena continuano a riportare persone in Bosnia. Non vi sono solo arrivi via Serbia o via Montenegro sul proprio territorio ma anche dei ritorni illegali da parte della Croazia ma anche da Paesi europei quali l’Italia o l’Austria. Un territorio che offre soluzioni di accoglienza insufficienti che diminuiscono in quantità ma anche qualità. Chi era presente in Bosnia nel 2018, si ricorda che potevano essere affittati luoghi alle persone migranti. Oggi tutto questo è vietato, così come l’utilizzo dei trasporti pubblici, dei taxi. Lo strumento della deterrenza pian piano va a colpire la cittadinanza chiedendo un aiuto e un avvallo nel fermo delle persone. Questo non può che creare tensione, un sentimento di pericolo e odio”.

Diego Saccora, operatore sociale, ass. Lungo la rotta balcanica

Il dossier è disponibile gratuitamente sul sito di Altreconomia.


25 maggio 2021

La criminalizzazione della solidarietà è un virus. Il ciclo di incontri di RiVolti ai Balcani

La criminalizzazione della solidarietà è un virus che minaccia le democrazie europee. Italia inclusa. Per iniziare a debellarlo è necessario proteggere i diritti umani, tutelando chi li difende, da Trieste al Mediterraneo centrale. Siano essi operatori umanitari, attivisti, giuristi, ricercatori o giornalisti.

Per questo motivo la rete “Rivolti ai Balcani”, costituita da oltre 36 realtà e singoli cittadini con l’intenzione di rompere il silenzio su quanto accade lungo la rotta balcanica e tutelare i diritti di chi la percorre e cerca di raggiungere l’Europa, ha deciso di organizzare a partire dal 28 maggio un ciclo di quattro incontri online di approfondimento e informazione intitolato proprio “La criminalizzazione della solidarietà in Italia e in Europa”.

Il primo appuntamento in agenda si terrà venerdì 28 maggio alle ore 18 sulla pagina Facebook di RiVolti ai Balcani (@RiVoltiAiBalcani). Sarà l’occasione per fornire un inquadramento storico-normativo sull’emersione della criminalizzazione e lo sviluppo nei diversi Paesi europei, svolgere un’analisi di una norma europea controversa come la Direttiva 2002/90/CE e condividere proposte di cambiamento, ribadendo il valore inderogabile della solidarietà quale principio costituzionale.

I relatori sono Elisa De Pieri -ricercatrice di Amnesty International – Ufficio Europa e autrice del rapporto “Punishing compassion: solidarity on trial in fortress Europe” del marzo 2020- e Lorenzo Trucco, avvocato, presidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). Introduce e modera l’incontro Gianfranco Schiavone (Asgi – Rete Rivolti ai Balcani).

Il secondo appuntamento si terrà venerdì 4 giugno alle 18, sempre dalla pagina Facebook di RiVolti ai Balcani. La situazione del Mediterraneo sarà al centro dell’attenzione: dai flussi migratori all’invenzione della nozione di “pull factor” a danno delle Organizzazioni non governative, chiarendo il concetto del dovere di soccorso e la sua negazione dal 2015 a oggi.

Interverranno Matteo De Bellis -ricercatore di Amnesty International – Ufficio Regionale per l’Europa e autore del libro “Lontano dagli occhi. Storia di politiche migratorie e persone alla deriva tra Italia e Libia” (maggio 2021) – e Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato, tra i fondatori dell’Associazione Diritti e Frontiere, autore di numerose pubblicazioni in materia di migrazione e asilo.

Introduce e modera l’incontro Duccio Facchini (direttore di Altreconomia e parte della rete Rivolti ai Balcani).

Ciascun appuntamento sarà impreziosito da letture di Roberta Biagiarelli tratte dai testi di Alessandro Leogrande, Luca Rastello, Francesca Mannocchi, Elena Pulcini e dal testo teatrale di Migrantenate_le custodi dell’altro; poesie di Wisława Szymborska e Mariangela Gualtieri. Il secondo modulo con gli altri due incontri è in via definizione.


12 gennaio 2021

I migranti senza diritti nel cuore d’Europa: presentazione del Dossier della rete RiVolti ai Balcani a Venezia il 16 gennaio, dalla nave Mare Jonio, in collaborazione con Mediterranea Saving Humans

Le fiamme divampate alla vigilia di Natale sono ormai spente, ma 15 giorni dopo l’incendio centinaia di migranti vivono ancora tra le macerie del campo di Lipa a 30 km da Bihać, mentre istituzioni nazionali e locali nel paese, Unione europea e organizzazioni internazionali non sono riuscite a trovare una soluzione di sistema alla crisi umanitaria in corso in Bosnia Erzegovina.

La rete “RiVolti ai Balcani”, costituita nel 2019 da 34 associazioni e realtà impegnate a difesa dei diritti delle persone e dei principi fondamentali sui quali si basano la Costituzione italiana e le norme europee e internazionali, da tempo denuncia le condizioni di vita di migranti e rifugiati lungo la rotta balcanica. Sui fatti recenti di Lipa ha avviato inoltre la petizione “Bosnia, si fermi lo scacchiere della disumanità” – che ha già raggiunto 35mila firme – rivolta all’UE con cui si chiede l’immediato e urgente intervento nell’area di Bihać e una soluzione di sistema a lungo termine.

Per queste ragioni, grazie all’invito e alla collaborazione di Mediterranea Saving Humans nell’organizzazione dell’evento, sabato 16 gennaio alle ore 11.00 in diretta streaming (sulla pagina Facebook @Mediterranearescue) dalla nave Mare Jonio, ormeggiata a Venezia, si terrà la conferenza stampa di presentazione della seconda edizione del dossier di RiVolti ai Balcani “La rotta balcanica. I migranti senza diritti nel cuore dell’Europa”.

La prima edizione era stata presentata a Milano lo scorso 27 giugno 2020, con dati aggiornati sulle violazioni in atto lungo le rotte migratorie della penisola balcanica – dalla Grecia alla Slovenia, attraverso il collo di bottiglia della Bosnia Erzegovina – fin dall’accordo tra Unione Europea e Turchia del marzo 2016, con il quale l’UE ha di fatto delegato ad Ankara il controllo di parte delle proprie frontiere esterne.

La conferenza stampa sarà introdotta da Alessandro Metz, armatore di Mediterranea. Seguiranno gli interventi di rappresentanti della rete RiVolti ai Balcani: Gianfranco Schiavone (ASGI – Associazione studi giuridici sull’immigrazione), Silvia Maraone (cooperante a Bihac di Ipsia, Ong delle Acli), Diego Saccora (Associazione Lungo la rotta balcanica), Paolo Pignocchi (Coordinamento Europa, Amnesty Italia), Carlotta Giordani (avvocata e attivista, SOS Diritti Venezia) e Agostino Zanotti (ADL – Associazione per l’Ambasciata della Democrazia Locale a Zavidovici Onlus).


30 dicembre 2020

Bosnia: si fermi lo scacchiere della disumanità. “RiVolti ai Balcani” chiede l’immediato e urgente intervento di istituzioni europee, internazionali e locali nell’area di Bihać, e una soluzione di sistema a lungo termine che assicuri a migranti, richiedenti asilo e rifugiati il rispetto dei diritti umani fondamentali

“Come cittadina della Bosnia Erzegovina sento il diritto di insistere e ottenere da tutte le rappresentanze politiche a tutti i livelli che assicurino immediatamente un’assistenza e un alloggio dignitosi a tutte le persone in movimento. E chiedo altrettanto alla comunità internazionale che ha ancora un protettorato in Bosnia Erzegovina che si assuma la responsabilità di questa situazione. Questo crimine contro l’umanità che si sta attuando deve finire subito. Le persone continuano a congelare per le strade e sulle montagne e la domanda è quando cominceranno a morire. Tanti cittadini aiutano singolarmente come possono, ma per fermare questa catastrofe è necessaria una soluzione di sistema che rispetti la dignità e i diritti umani di queste persone. Coloro che operano in istituzioni pubbliche locali e internazionali sono responsabili di questa catastrofe. Non voglio e non accetto che la Bosnia Erzegovina diventi di nuovo una valle di fosse comuni, sinonimo di crimini, morte e ingiustizia”.

“RiVolti ai Balcani” raccoglie e condivide l’appello che arriva da singoli cittadini e cittadine, attivisti e volontari bosniaci oltre che dalla rete regionale Transbalkanska Solidarnost, affinché si fermi la catastrofe umanitaria che si sta consumando specialmente nel Cantone di Una Sana dove 3000 mila migranti, richiedenti asilo e rifugiati, vivono all’addiaccio. Di questi 1500 nel campo temporaneo di Lipa, a 30 km da Bihać, per i quali non vi è stata la volontà né dalle autorità locali né da quelle internazionali di trovare una soluzione.

Sono mesi che diverse organizzazioni internazionali, associazioni e volontari denunciano le condizioni insostenibili in cui vivono queste persone arrivate attraverso la rotta balcanica della migrazione. In primis nella tendopoli di Lipa, non predisposto per i mesi invernali, dove l’acqua veniva portata da una cisterna e la poca elettricità era prodotta da generatori. Come altri campi di transito in Bosnia, gestito dall’ Organization for Migration (IOM) BiH, ma la cui costruzione o adattamento è in capo alle autorità del paese.

Nonostante l’appello della Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa e dell’Unhcr, e del successivo – vano – tentativo del Consiglio dei ministri bosniaco a spingere le autorità cantonali a prevedere un’accoglienza in strutture adatte, IOM ne ha deciso la chiusura e il 23 dicembre – giorno previsto per lo sgombero da parte di IOM – il campo è andato quasi completamente distrutto in un incendio.

Sta nevicando e la temperatura è scesa sotto lo zero. Centinaia di persone si trovano qui bloccate, con un solo pasto al giorno distribuito dalla Croce Rossa locale, altre centinaia si trovano sparse nei boschi senza assistenza.

“RiVolti ai Balcani” si aggiunge ad altri appelli resi pubblici negli ultimi giorni. Quello del 26 dicembre, firmato da Unhcr e IOM assieme a DRC – Danish Refugee e Save the Children che operano nel paese, in cui si chiede alle autorità locali di fornire l’immediata soluzione alternativa di alloggio e viene ribadita la disponibilità delle quattro organizzazioni a sostenere gli sforzi delle autorità locali e organizzare l’assistenza necessaria. Ma anche l’appello dei volontari e attivisti di No Name Kitchen, SOS Balkanroute, Medical Volunteers International e Blindspots rivolto all’Ue e ai suoi Stati membri.

La rete “RiVolti ai Balcani” – composta da oltre 36 realtà e singoli impegnati a difesa dei diritti delle persone e dei principi fondamentali sui quali si basano la Costituzione italiana e le norme europee e internazionali – chiede all’Unione europea, all’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, alla delegazione dell’Ue all’Alto rappresentante in Bosnia Erzegovina, all’International Organization for Migration, al Consiglio dei Ministri della Bosnia erzegovina, alle autorità del Cantone Una Sana e del Comune di Bihać, alle autorità delle due entità del paese – la Federazione e la Republika Srpska affinché:

  • sia trovata una soluzione immediata all’attuale emergenza umanitaria nell’area di Bihać e in Bosnia Erzegovina in generale;
  • siano individuate soluzioni di sistema a lungo termine che dotino la Bosnia Erzegovina di un effettivo sistema di accoglienza e protezione dei rifugiati;
  • sia attivato un programma di evacuazione umanitaria e di ricollocamento dei migranti in tutti i paesi dell’Unione Europea. 

Firma l’appello “Bosnia: si fermi lo scacchiere della disumanità” su Change


18 dicembre 2020

RiVolti ai Balcani a difesa dei diritti dei migranti. Nella Giornata Internazionale per i diritti migranti la rete Rivolti ai Balcani ribadisce la necessità di intervenire con la massima urgenza rispetto alla preoccupante crisi in corso in Bosnia Erzegovina, alle riammissioni a catena, e alle violenze perpetrate su persone in movimento sulla rotta balcanica

La Rete RiVolti ai Balcani si unisce alle gravi preoccupazioni espresse dalla Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, nella lettera rivolta alle autorità bosniache affinché si prendano carico della preoccupante crisi umanitaria in corso nel cantone di Una-Sana, dove famiglie, donne e bambini non hanno più accesso ai centri di accoglienza

“Risulta che, alla data di ottobre 2020, siano 6770 i richiedenti asilo e migranti accolti in campi situati nella Federazione della Bosnia Erzegovina. Si stima che il numero di coloro che dormono all’addiaccio o in palazzi abbandonati nel Cantone di Una Sana e altrove nel paese va da 2000 a 3500 persone. Sono molto preoccupata del fatto che, a distanza di un anno dalla chiusura del campo di Vučjak, sia in corso nel Cantone un’altra crisi umanitaria” afferma Mijatović.

Da aprile, inoltre, un migliaio di persone sono state concentrate a forza a Lipa, una tendopoli situata nel nulla a 30 km da Bihać. Originariamente concepita come campo temporaneo causa “emergenza Covid” questa struttura doveva chiudere il 30 settembre ed è invece rimasta aperta pur non essendo attrezzato per l’inverno. Le persone lì accampate stanno rischiando la vita.
E non è ancora chiaro se il campo chiuderà per decisione dell’IOM.

Da mesi assieme a diverse organizzazioni internazionali, associazioni e volontari denunciamo le condizioni vergognose ed insostenibili in cui vivono queste persone, che percorrono la cd rotta balcanica, oltre alle riammissioni a catena e le violenze perpetrate ai confini dei paesi attraversati.

Come evidenziato durante il convegno di Rivolti Ai Balcani del 27/28 novembre scorso, denunciamo l’aumento esponenziale delle riammissioni a catena, che dal confine italo-sloveno deportano illegalmente i rifugiati fino in Bosnia e hanno l’effetto di esporre le persone a condizioni inumane e ad un rischio di morte. Respingimenti illegali in cui avvengono anche violenze, se non torture, come denunciato da Amnesty International e altre organizzazioni da lungo tempo.

Dato che il governo della Croazia non ha risposto alle diverse richieste di avviare indagini sulle accuse di violenza da parte delle forze di polizia, Amnesty International ha deciso di percorrere le vie legali rivolgendosi all’Ombudsman Europeo, l’ufficio preposto a supervisionare sui casi di cattiva amministrazione delle istituzioni di Bruxelles.

L’Ombudsman ha aperto un’indagine rivolto alla Commissione Europea per accertare eventuali inadempienze.


23 novembre 2020

“Sulla rotta balcanica”. Convegno internazionale a Trieste il 27-28 novembre 2020. Per capire che cosa sta accadendo sulla “rotta balcanica”; per denunciare le gravissime violazioni commesse dai diversi Paesi coinvolti, tra cui l’Italia, a danno dei rifugiati; per cambiare una situazione inaccettabile per l’Europa

Milano, 23 novembre 2020 – La Rete nazionale “Rivolti ai Balcani” composta da oltre 36 organizzazioni, in collaborazione con con il Festival S/Paesati e con il patrocinio dell’Università degli Studi di Trieste organizza per venerdì 27 novembre (ore 15.30-18.30) e sabato 28 novembre 2020 (ore 10.00-13.00) il convegno internazionale “Sulla rotta balcanica”.

Studiosi, giornalisti, giuristi, parlamentari, rappresentanti di associazioni e di organizzazioni internazionali di Italia, Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina, Macedonia del Nord e di altri Paesi europei, si confronteranno per ragionare sullo stato dei flussi migratori e sull’esistenza, nell’area, di gravi e sistematiche violenze verso i rifugiati nonché di respingimenti a catena attuati in totale violazione degli ordinamenti giuridici degli Stati coinvolti e del diritto dell’Unione europea.

La locandina del convegno è qui.

La scelta di Trieste come sede del Convegno non è casuale sia perché la città è situata al termine geografico della rotta, sia perché dalla primavera del 2020 l’Italia diviene attore diretto della politica dei respingimenti consegnando i migranti, ai quali viene negato l’accesso alla procedura di asilo, a sistematiche ed efferate violenze fisiche e psichiche attuate in diversi punti della rotta e in Croazia in particolare, fino a completare l’allontanamento forzato dei rifugiati al di fuori dei confini dell’Unione europea; una scelta inaudita per l’ordinamento democratico italiano e della cui gravità non c’è ancora piena consapevolezza nel Paese e che deve terminare al più presto.

Pur mantenendo un focus particolare sull’inaudito nuovo scenario italiano il convegno “Sulla rotta balcanica” si prefigge, specie con la Tavola rotonda della seconda giornata, di individuare dei percorsi politici e sociali condivisi dai diversi attori al fine di porre fine alle illegittime riammissioni a catena in tutta l’area balcanica e di individuare, anche in reazione alle competenze del Parlamento europeo, gli interventi necessari per evitare lo stravolgimento delle normative Ue sul diritto d’asilo e per supportare, nei paesi dei Balcani occidentali, la crescita di un effettivo sistema di protezione e di accoglienza dei rifugiati.

Tra i relatori: Sabrina Morena (coordinatrice del Festival Spaesati di Trieste), Felipe González Morales (Relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani dei migranti), Lora Vidović (ombudswoman della Repubblica di Croazia), Tanja Fajon (deputata al Parlamento europeo), Massimo Moratti (vice-direttore dell’ufficio per l’Europa e responsabile per i Balcani – Amnesty International), Silvia Maraone (project manager Ong IPSIA – Istituto Pace Sviluppo Innovazione ACLI), Riccardo Magi (deputato al Parlamento italiano) e Chiara Cardoletti (rappresentante per l’Italia, la Santa Sede e San Marino UNHCR – Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati)

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